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Ci sono altri modi in cui è stato teorizzato il rapporto tra i temi presentati nelle notizie e il pubblico (si veda al riguardo Philo e Miller 2000) e in questo articolo mi concentrerò sui punti di vista cui ho accennato prima, in quanto ritengo che alcuni elementi di ciascuno di essi possano apportare un contributo importante per una maggiore conoscenza del tema. Nel presentare queste ragioni, attingerò a tre grandi ricerche che sono state svolte dal Media Group dell’Università di Glasgow. Tutte e tre s’incentravano sui problemi trattati dalle notizie e sulla conoscenza che il pubblico ha dei paesi in via di sviluppo. La prima, svolta in collaborazione con l’Overseas Development Institute, consisteva in uno studio del modo in cui la televisione ha seguito la crisi dei rifugiati del Ruanda nel 1994: il compito del Media Group era quello di analizzare i principali temi riguardanti la crisi presenti nei notiziari. Abbiamo lavorato con Lindsey Hilsum (attualmente corrispondente di questioni diplomatiche per Channel 4 News) che all’epoca era impegnata come giornalista in Ruanda. Ha contribuito allo studio con un testo sui processi produttivi che influenzavano il contenuto editoriale (Philo et al., 1999). La seconda ricerca riguardava il modo in cui i media hanno trattato la guerra che è poi scoppiata nello Zaire. Lo studio è stato condotto in collaborazione con il Save the Children Fund allo scopo di analizzare la gamma di spiegazioni presentate nei notiziari al pubblico televisivo (Beattie et al., 1999). In quel periodo c’erano preoccupazioni diffuse tra le ONG e i ministeri per la scarsissima conoscenza che il pubblico aveva delle emergenze in Africa e in altre parti del mondo e si pensava che una delle ragioni di tale stato di cose potesse essere il modo stesso in cui la televisione presentava gli eventi. Un terzo studio su questo tema è stato svolto per il Department for International Development (Media Group di Glasgow, 2000); quest’ultimo si incentrava sui servizi televisivi riguardanti tutto il mondo in via di sviluppo ed esaminava quali paesi e quali problemi e tipi di eventi venivano riportati. Abbiamo anche selezionato alcuni studi di caso sui quali svolgere un’analisi più approfondita. Si trattava di casi riguardanti le categorie più frequenti di servizi giornalistici televisivi su eventi, tra i quali ad esempio conflitti, guerre, terrorismo e catastrofi come i terremoti. Il metodo adottato in questi studi è una versione dell’analisi tematica e consiste in un esame attento della lingua e delle immagini utilizzate nei servizi televisivi. L’intento è quello di analizzare in che modo temi centrali diventano oggetto del giornalismo televisivo e come questi stessi temi vengono utilizzati per strutturare e preparare i servizi. In pratica, il testo della notizia viene scomposto in elementi a sé stanti (espressioni o frasi) che si riferiscono alla gamma di temi oggetto del servizio. Viene dato inoltre un resoconto numerico che rende possibile esprimere giudizi in merito alla prevalenza di temi specifici. Per la ricerca del DFID (Department for International Development) sono stati individuati riferimenti contestualizzanti e illustrativi per valutare in che modo i contenuti possono essere di aiuto al pubblico per comprendere i problemi dello sviluppo. Per lo stesso motivo abbiamo anche esaminato altri tipi di palinsesti televisivi, come i programmi di cucina, sui viaggi e altri documentari. Accanto a questo lavoro sui contenuti, c’è stato un ampio studio sul pubblico condotto utilizzando gruppi selezionati di telespettatori. Abbiamo intervistato 26 gruppi in tutto, individuati in base all’età, al reddito, alla provenienza etnica e al genere (per un totale di 165 persone). Scopo delle interviste era l’individuazione di tipologie di conoscenza e di convinzioni sul mondo in via di sviluppo, risalendo alla loro origine nelle notizie divulgate dai media o in altre fonti, come la scuola o le persone o i colleghi che si conoscono e si frequentano. Era inoltre nostra intenzione esaminare il modo in cui il prodotto dei media può riuscire a catturare l’attenzione del pubblico, intrattenendolo e creando immagini durature, e capire come è possibile suscitare nel pubblico reazioni negative. Lo studio del DFID è stato condotto in stretta collaborazione con giornalisti radiotelevisivi – con molti anni di esperienza – di BBC, ITN, Channel 4 nonché Sky e Discovery Television. A seguito di questi contatti con gli enti radiotelevisivi c’è poi stato un altro studio pilota nel quale giornalisti esperti hanno lavorato direttamente con uno dei gruppi selezionati. In questa “coda” che si è aggiunta allo studio, i giornalisti hanno partecipato alla discussione di gruppo per analizzare i temi di interesse per il pubblico e da questo compresi, e in che modo essi possano essere influenzati da cambiamenti della struttura e dei contenuti dei reportage giornalistici. Tre sono i temi centrali che emergono da questi tre studi e che ora andrò a illustrare: 1. la decisione presa dagli enti radiotelevisivi (in merito ai criteri commerciali) rispetto a ciò che gli spettatori desiderano vedere, ha generato nel pubblico, nel corso del tempo, reazioni molto negative nei confronti dei paesi in via di sviluppo. 2. il pubblico televisivo è male informato sui paesi in via di sviluppo a causa del basso livello di spiegazioni fornite e del contesto nel quale sono inserite nei resoconti televisivi, e anche perché alcune spiegazioni, pur presenti, sono parziali e hanno contribuito a creare quelle che potremmo definire “convinzioni di impronta post-coloniale”. 3. un cambiamento nella qualità della spiegazione può alterare radicalmente, sia gli atteggiamenti nei confronti dei paesi in via di sviluppo, sia il livello di interesse del pubblico per l’argomento. Decisioni di produzione e ipotesi sul pubblico C’è una convinzione diffusa negli enti radiotelevisivi secondo la quale il pubblico non
I redattori dei programmi sono condizionati dall’interesse del pubblico, ma ciò può far sì che si fissino su questioni come la casa o i generi di consumo e di svago, perdendo di vista una prospettiva tematica più ampia (3WE, 2000: 160). Sono parole molto simili ai commenti espressi da Gorge Carey della Società di produzione Menton Barraclough Carey: Cerco di indovinare ciò che il pubblico vuole. La maggior parte della gente accende la televisione per divertirsi, non perché desidera che gli sia trasmesso un messaggio. Istintivamente tendo a pensare che le vicende interne siano più interessanti di quelle estere (3WE 2000:159). Questa stessa tesi è sostenuta ancora più vigorosamente da Steve Hewlett, Direttore dei programmi alla Carlton Television: So per esperienza che i programmi sui paesi in via di sviluppo non attirano un grande pubblico. Non ci riguardano e di solito non trattano di cose sulle quali possiamo incidere (3WE 2000:159). I criteri di natura commerciale ormai sono considerati centrali per chi realizza programmi e, in parte, ciò significa in buona sostanza produrre ciò che tali operatori ritengono che il pubblico voglia vedere. Come dice Charles Tremayne responsabile dei programmi di informazione alla Granata Tv: È finita l’epoca in cui si propone al pubblico ciò che dovrebbe vedere, ora si tratta soltanto di fargli vedere ciò che vuole (3WE 2000:159). Ma le ipotesi non si fanno necessariamente con cognizione di causa rispetto alle ragioni per cui il pubblico vede determinati programmi e a ciò che condiziona il loro livello di interesse. Alex Holmes, redattore del programma Modern Times alla BBC, ammette: L’interesse del pubblico è molto importante, è secondo soltanto alla buona qualità di un servizio, ma il fatto è che non sappiamo esattamente ciò che la gente vuole. Io penso di sapere ciò che vuole. Per Modern Times tiriamo avanti beatamente in modo assolutamente non scientifico! (3WE 2000:159). Una conseguenza di queste ipotesi sull’interesse del pubblico è stata probabilmente la netta riduzione di programmi di informazione sui paesi in via di sviluppo. Un rapporto di Jennie Stone per il 3WE ha rilevato che la produzione totale di programmi di informazione su questi paesi, realizzati dai quattro canali terrestri, si è ridotta del 50% nei dieci anni successivi al 1989 (Stone, 2000:4). Il nostro studio indicava che quando nei notiziari compaiono i paesi in via di sviluppo si tratta sempre di eventi come guerre, conflitti, terrorismo e catastrofi. Ciò vale soprattutto per i principali canali televisivi, quali la BBC e ITN, che dedicano più di un terzo delle trasmissioni a temi del genere. Gran parte dello spazio che rimane è destinato allo sport o ai soggiorni degli occidentali nei paesi in via di sviluppo. Nel nostro campione, ad esempio, le Bahamas erano nei notiziari perché vi si erano recati Mick Jagger e Gerry Hall, mentre altri paesi erano presenti nei notiziari soltanto perché vi era transitata la mongolfiera di Richard Branson (Media Group di Glasgow 2000:20-21). Programmi come Newsnight del secondo canale della BBC e i notiziari di Channel Four
Ad esempio, lo studio del 3WE ha riscontrato che sebbene, nel complesso, lo spazio dedicato ai paesi in via di sviluppo fosse diminuito, la diffusione di notizie sui disastri in effetti era aumentata del 5% (Stone, 2000:15). Quando si occupano di disastri o di catastrofi, i giornalisti scelgono prospettive di informazione e di immagini che, secondo loro, attrarranno l’attenzione del pubblico; ad esempio la notizia di un terremoto sarà accompagnata da scene di distruzione e caos, con riprese di edifici crollati, operazioni di soccorso frenetiche e richieste di aiuto. Sono questi i temi di fondo quando si trasmettono notizie di eventi catastrofici o di terremoti. Abbiamo analizzato, ad esempio, le notizie del terremoto in Colombia nel gennaio del 1999 dimostrando la presenza di tali elementi. Ma si diceva ben poco del paese in sé o di quello che caratterizzava l’emergenza in questione o del significato che aveva per la società, al di là del fatto che si trattava di un evento spaventoso. Non si diceva nulla degli effetti del terremoto sulla regione colombiana dove si coltivava il caffè, o delle ripercussioni economiche di lungo termine per l’occupazione e gli investimenti. Si coltivava caffè in alternativa alla cocaina, per cui potenzialmente ci potevano essere anche notevoli conseguenze per lo sviluppo del traffico di droga. Come abbiamo osservato, il fatto che la televisione si concentri in particolar modo sulle immagini e sui momenti visivi straordinari per illustrare un’emergenza induce a trascurare il contesto e la relativa spiegazione. Ma se si voleva dare un’immagine della Colombia che non si limitasse soltanto a dipingerla come un’area colpita da una catastrofe sarebbe stato importante far vedere che i Colombiani hanno una storia, una vita politica, un’economia e una vita quotidiana precedenti e successive alle immagini del terremoto (Media Group di Glasgow 2000:60). Tutto ciò non significa che i giornalisti non debbano descrivere le terribili conseguenze sul piano umano di un evento del genere. Il problema si pone quando questi sono gli unici temi di cui ci si occupa, per cui finiscono per diventare una sorta di routine che si ripropone ogni volta che si verifica una catastrofe di quel tipo. Inoltre, per il pubblico in sostanza c’è poco che distingua un’emergenza del genere da un’altra analoga nel mondo in via di sviluppo – l’unica differenza è il nome del paese. Questi servizi, e quelli relativi a conflitti e violenze, colpiscono a livello visivo e, in effetti, rappresentano una notevole percentuale delle trasmissioni sui paesi in via di sviluppo; pertanto non c’è da sorprendersi se il pubblico ha un’idea di questo mondo che è costituita da poco più che una serie di catastrofi. Un altro problema importante, rispetto al modo in cui la televisione presenta i paesi in via di sviluppo, è la natura molto limitata dell’eventuale commento su eventi quali i conflitti politici e le guerre. Nella nostra analisi del modo in cui veniva presentata nei telegiornali la crisi dei rifugiati del Ruanda nel 1994 abbiamo riscontrato un gran numero di riferimenti (122 nel nostro campione) che sottolineavano la portata dell’esodo che coinvolgeva un gran numero di persone, ma non si spiegava il motivo per cui si stavano verificando eventi del genere. Abbiamo sentito parlare dell’«esodo di una nazione», del «Ruanda sull’orlo della catastrofe», di «una marea di persone… centinaia di migliaia di persone sono fuggite …circa 4.000 l’ora», «si vede soltanto una parte di questa marea umana – un milione di persone abbandonate a se stesse» (BBC1 2100 18 & 19 luglio 1994). Abbiamo trovato soltanto 27 riferimenti che in qualche modo spiegavano quanto stava avvenendo, molti dei quali si presentavano limitati e a volte non corretti, poiché potevano far pensare che i profughi fossero «in fuga dal massacro in Ruanda» (BBC2 Newsnight 18 luglio 1994). Ciò è poco chiaro, perché tra i profughi Hutu c’erano in effetti le milizie che avevano perpetrato il genocidio in Ruanda. Pertanto, non erano in fuga dal genocidio, ma dalle sue conseguenze, nel senso che stavano tentando di sottrarsi alla vendetta (Philo et al., 1999:215). In un’altra ricerca condotta successivamente abbiamo analizzato il modo in cui venivano
Ad esempio: Inviato: Permane dunque un’estrema cautela per il rischio di esser travolti dalla politica sanguinaria della regione (BBC1 2100 1, 8 e 13 novembre 1996). Il canale televisivo ITN paragonava le popolazioni africane alla topografia del paesaggio che abitavano. Si parlava dei vulcani affermando che erano «molto più prevedibili delle popolazioni della regione che sovrastano» (ITN 2200 18 Novembre 1996). Una delle difficoltà che cronache di questo tipo presentano è che si tende a considerare l’Africa come un unico paese, e non come un continente con tante culture diverse o con un passato politico ed economico complesso. Come ha dimostrato Lindsey Hilsum nel suo resoconto del genocidio, in Ruanda c’era una società altamente organizzata e disciplinata. Ha infatti descritto le gerarchie e la struttura sociale del paese: Un gruppo di nuclei familiari rappresenta una cellula, ognuna delle quali ha il proprio portavoce che riferisce a un conseiller (in francese nel testo N.d.T) responsabile dell’unità amministrativa posta a un livello più alto della gerarchia, il secteur, e così via fino a giungere ai massimi livelli di governo; a differenza della maggior parte delle capitali africane, Kigali è rimasta piuttosto piccola e, in ampia misura, immune all’urbanizzazione; il Ruanda aveva approvato leggi più severe di quelle del Sud Africa (Hilsum 1995:165-166). Lindsey Hilsum ha osservato, inoltre, che il governo svizzero aveva dato più soldi al Ruanda che a qualsiasi altro paese africano, in quanto aveva constatato che si trattava di una società ordinata dove la corruzione era poco diffusa. Ed è stata proprio l’efficienza dell’organizzazione del Ruanda a consentire al regime militare Hutu di perpetrare un genocidio tanto spaventoso in così breve tempo. L’autrice infatti afferma: Quella stessa efficienza, quell’ordine e quella disciplina così ammirati dagli operatori umanitari stranieri fecero sì che quando il 7 aprile giunsero gli ordini di procedere alle uccisioni questi furono eseguiti (Hilsum, 1995:170). In un suo commento in un’intervista che ci ha rilasciato, l’autrice afferma che molti giornalisti non riuscivano a capire tutto questo per i pregiudizi che avevano sull’Africa: La maggior parte dei giornalisti non si capacitava del fatto che gli africani potessero essere così organizzati – non riuscivano a vedere il genocidio per ciò che era… il Ruanda assomigliava di più alla Germania nazista, poiché c’era un gruppo animato da un’ideologia estremista e razzista. Definivano nemici altri gruppi a causa del rapporto storicamente esistente tra le etnie, proprio come c’erano dei motivi per i quali si scelsero gli ebrei come nemici. I politici manipolano i rapporti tra i diversi gruppi etnici e li trasformano in ideologia. Per rimanere al potere in Ruanda hanno sterminato l’altro gruppo (intervista del 24 aprile 1998). Tuttavia, in assenza di spiegazioni politico-sociali,
è sempre possibile ripiegare sulle immagini delle “passioni
tribali”. La BBC, ad esempio, mostrava immagini di africani
che danzavano in gonnellini di paglia a un posto di frontiera descrivendoli
in questi termini «i selvaggi delle milizie interahamwe».
(BBC1 2100 1 Nov 1996). In realtà, non si trattava affatto di cittadini
del Ruanda, ma di guardie di frontiera dello Zaire che si erano abbigliate
in quel modo per offendere l’esercito del Ruanda. Era un’immagine
molto fuorviante del conflitto, ma è stata ampiamente utilizzata
sia in questo paese che all’estero. Abbiamo riscontrato –
e la cosa non ci sorprende – che ciò che pensavano molti
giornalisti lo pensava anche la gente. In uno studio pilota condotto per
la ricerca del DFID ho chiesto a uno dei gruppi selezionati di
telespettatori che immagine venisse loro in mente quando sentivano
la parola “tribù”. Hanno risposto
di avere in mente persone con gonnellini di fieno armate di lance in piedi
davanti a un gruppo di capanne. Alla fine di quella riunione ho spiegato
loro qualcosa della storia del Ruanda, commentando inoltre che il regime
militare Hutu nel 1994 aveva sterminato tutti i gruppi d’opposizione,
inclusi gli Hutu moderati, i cittadini belgi, i soldati delle Nazioni
Unite, nonché la popolazione Tutsi. A Butare, una città
che si trova nel sud del paese, nota per la tolleranza e gli atteggiamenti
progressisti che la caratterizzavano, gli studenti e i docenti universitari
Hutu sono stati uccisi perché si credeva che facessero parte dell’opposizione
al governo Hutu. Una donna del gruppo selezionato commentò la cosa
con le seguenti parole: «Non si immagina neanche che possano avere
delle università» (29 giugno 1998, gruppo di St. Albans).
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Greg Philo è attualmente Professore all’università
di Glasgow – Dipartimento di Sociologia e di Antropologia. È
anche direttore di Ricerca alla Glasgow University Media Unit (Glasgow
Media Group). Philo G. (with the Media Group) Bad News (Routledge
and Kegan Paul, 1976),
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