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Il Mito del Nord
Il padre di tutti gli stereotipi
La superiorità del Nord del pianeta come mito che attraversa la
storia degli ultimi tre secoli. Una matrice cognitiva che struttura le
categorie con cui i paesi industrializzati si autorappresentano e rappresentano
altri popoli e altre culture. L’Africa come vittima privilegiata
del Mito del Nord e delle sue conseguenze operative.
di Luciano d’Andrea
«Un
popolo biondo, superbo, nasce nel Nord. La sua invadente fecondità
si
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Stereotipi supportati da studi
scientifici.
Fonte: per gentile concessione di Jan Nederveen Pieterse
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disperde a ondate verso il Sud. Ogni migrazione è
una conqista: ogni conquista fertilizza i costumi e la civiltà»
(Kessler, 1933).
Walter Rathenau, capitano
d’industria e statista, sintetizzava in questo modo, nel 1933, una
delle idee guida del pensiero razzista: quella di un Nord fecondatore
e civilizzatore, vera forza morale e spirituale dell’umanità.
Quella di Rathenau difficilmente può essere considerata un’idea
isolata, nata dal nulla e sfociata nel nulla, frutto di una personale
elaborazione o di propri convincimenti. Al contrario, Rathenau esprimeva
allora un’immagine del mondo che, in differenti forme, era molto
diffusa e aveva una radice profonda, rappresentata da uno dei più
resistenti e potenti miti della cultura occidentale: il Mito del
Nord.
Quando questo mito sia nato e abbia preso piede è difficile dirlo
con certezza. Probabilmente, esso risale alla fine del Settecento, al
culmine di quel processo complesso che porterà al sorgere dei moderni
stati europei (stati che avevano bisogno, per creare una coesione al loro
interno, di un’immagine negativa di ciò che si trovava “all’esterno”).
Un fatto comunque certo è che, per circa duecento anni, il
Mito del Nord ha attraversato, come un fiume carsico, buona parte del
pensiero occidentale, esplodendo poi, a metà del XX secolo,
nell’ideologia nazista.
Sono manifestazioni di questo Mito, ad esempio, le posizioni
che Jules Michelet esprimeva a metà del XIX secolo
(Michelet, 1848) sul primato della razza tedesca: «Il carattere
di questa razza che doveva mescolarsi a tante altre, è la facile
abnegazione. […] Questa dedizione, senza interesse e senza condizioni,
derisa dai popoli del mezzogiorno, ha tuttavia determinato la grandezza
della razza germanica».
La geografia vista dal Nord si costruisce secondo un sistema di categorie
ben definite e di asserito valore scientifico. Come sosteneva l’etnologo
britannico R. Keane (1886), al centro del mondo vi è
la razza bianca, l’unica portatrice di civiltà,
articolata in tre grandi famiglie: l’homo europaeus, alto
e chiaro di carnagione, occhi e capelli; l’homo alpinus,
di altezza media, e meno chiaro dell’homo europaeus; l’homo
meridionalis, irrimediabilmente basso e scuro in tutte le sue fattezze.
È inutile dire che solo alla prima famiglia razziale, si riconosce
la capacità di produrre e diffondere civiltà. I celti, gli
slavi, i francesi del Sud e gli italiani del Nord, appartenenti alla seconda
famiglia, non posseggono tale dote, ma sono comunque ricettivi rispetto
alle ondate civilizzatrici provenienti dal Nord. I popoli mediterranei,
appartenenti alla terza famiglia, sono invece posti ai limiti della culla
europea. «In conclusione – scriveva Ludwig Woltmann
(1903) – gli uomini più alti e con il più grande cranio,
con la dolicocefalia frontale e colla pigmentazione chiara, e quindi quella
della razza nordeuropea germanica (homo europaeus di Ammon, di
Lapouge, ecc.) sono i perfetti rappresentanti del genere umano e costituiscono
il prodotto più elevato dell’evoluzione».
La gerarchia razziale, insomma, secondo questo mito,
coincide con quella dettata da una geografia che procede sistematicamente
dal Nord al Sud, alla quale si associa una gerarchia di colori (dal chiaro
allo scuro) e di caratteri morali (dalla razionalità all’irrazionalità,
dalla capacità di auto-governo all’incapacità di autocontrollo,
e così via); una gerarchia che non si ferma certo alle coste settentrionali
del Mediterraneo.
Alphonse Cuvier, in un testo dal significativo
titolo Le règne animal (1917), rilevava,
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Una rappresentazione della
"negritudine" dal punto di vista dell'imperialismo culturale.
Fonte: per gentile concessione di Jan Nederveen Pieterse
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con malcelata soddisfazione, come la razza negra fosse «confinata
a Sud dell’Atlante». Wolfgang Menzel, uno
studioso “germanomane” che ebbe vasta popolarità nella
prima metà del XIX secolo, teorizzò questa “gerarchia
geografica”, partendo dal binomio schiavismo/libertà e trovando
corrispondenze cosmiche per ognuno dei due elementi. La terra, secondo
il suo ragionamento, era schiava del sole, ma libera dalle stelle. Per
questo motivo, l’uomo è più libero al Nord, dove “domina”
la stella polare, piuttosto che ai Tropici, dove “regna” il
sole. Pierre Trémaux era talmente convinto del
rapporto tra geografia e civiltà da sostenere che una comunità
di bianchi trapiantata in Africa era destinata, nel lasso di alcune generazioni,
a diventare di razza nera: «Incrociatevi, scambiatevi, popoli! E
vi saranno sempre, se l’ambiente non cambia, degli inglesi sul Tamigi,
dei Francesi in Francia, dei Romani sul Tevere, degli Egiziani in Egitto,
dei Negri nel Sudan e dei Pellirossa in America» (Poliakov, 1976).
Le tesi di Menzel e di Trémaux possono apparire ingenue. Eppure,
la sua convinzione che esistesse un legame inscindibile tra “nordicità”
e libertà fu condivisa da un novero molto vasto di autori. Auguste
Comte, fondatore della sociologia, sosteneva che il primato dei
popoli dell’Europa occidentale derivasse proprio dalla loro capacità
di emancipazione (1842). Lo storico inglese Edward August Freeman,
come molti suoi connazionali, pensava che l’Inghilterra dovesse
le sue istituzioni democratiche alle sue radici anglosassoni (Mosse, 1986).
Max Muller, a sua volta, riteneva che la superiorità
dei nord-europei fosse connessa al loro senso di indipendenza e alle loro
capacità di autogoverno (Mosse, 1986).
Si potrebbe pensare che il Mito del Nord sia naufragato
insieme alla sua massima e più devastante concretizzazione storica,
vale a dire il Nazismo. Eppure, molti segnali fanno supporre il contrario.
Il mito, ogni mito, come insegna l’antropologia culturale, non è
una semplice teoria, bensì una matrice cognitiva
sulla quale si costruiscono le stesse categorie che utilizziamo per leggere
la realtà. Sebbene sia essenziale per dare forma a una visione
del mondo, il pensiero mitico può pertanto costituire anche un
pericolo, perché spinge a produrre assiomi e rappresentazioni che
tendono a sfuggire alla coscienza critica, apparendo nella forma della
“ovvietà”, dello scontato e del già noto.
Il Mito del Nord non fa eccezione. Esso genera opposizioni mentali che
non hanno affatto bisogno di esprimersi in tesi compiute ed esplicite,
come quelle di un Michelet, di un Menzel o di un Trémaux; al contrario,
esse sono portate a insinuarsi nelle pieghe del linguaggio, nelle frasi
fatte o nelle forme di senso comune, incunenadosi, in tal modo, anche
nelle analisi più avvertite, oneste e documentate.
Sicuramente, tale mito è ancora attivo in Europa, come testimonia
la dicotomia Nord-Sud – intesa in quanto opposizione tra differenti
gradi di cultura e civiltà – ancora ampiamente condivisa
in molti paesi europei, come la Germania, la Francia e, soprattutto, l’Italia,
dove, in nome della Nordicità, si è addirittura costituito
un movimento politico che attualmente fa parte della maggioranza governativa.
Il bersaglio principale del Mito del Nord resta, tuttavia,
il continente africano. Esso appare all’opera, ad esempio, dietro
le numerose tesi sulla “mancanza di auto-governo” dell’Africa
che, con sospetta continuità, rimbalzano sui media occidentali.
La storiografa ghaneana Ama Biney, in un breve, ma denso
saggio (1999), mostra in proposito alcuni reperti particolarmente significativi.
In un articolo del 1991, apparso sul britannico Independent on Sunday,
si legge, ad esempio:
L’Africa è al tal punto in una condizione
priva di speranza che è difficile credere che possa cavarsela da
sola. Se i paesi occidentali ne mostrassero la volontà, essi potrebbero
ricolonizzare il continente che all’epoca lasciarono in tutta fretta.
I giapponesi e i tedeschi potrebbero governare l’Africa, usando
gli inglesi – ex-colonialisti professionsti - come loro personale
amministrativo.
Gli fa eco, sulle pagine dello statunitense Spectator,
il giornalista Paul Johnson, in un articolo del 1993:
Ciò di cui ha bisogno il Terzo Mondo
è una nuova forma di imperialismo: altruistico, efficiente, tenace
e da realizzare sotto una supervisione internazionale [....]; i fattori
che porteranno a un revival del colonialismo sono già attivi”.
Si tratta di posizioni che combaciano in pieno con l’idea
di un Nord civilizzatore, anche se, in questo caso, armato delle più
nobili intenzioni. Posizioni estreme, forse, ma più probabilmente,
forme esplicite di idee e categorie mentali implicite in molte tesi, idee
e rappresentazioni diffuse in Occidente.
In un documento dell’organizzazione African Action,
ad esempio (APIC, 1997), si mette in rilievo quanto sia insistente, tra
i media e gli osservatori occidentali, il ricorso al concetto di “tribalismo”,
in opposizione a quello di “civiltà”, per interpretare
molti eventi politici che caratterizzano il continente africano. Gli autori
del documento, in particolare, notano:
L’idea di tribù ha una particolare capacità
di dare forma alle visioni occidentali dell’etnicità e del
conflitto etnico in Africa, il quale è stato particolarmente visibile
negli ultimi anni. Ogni volta, i conflitti sono interpretati come “antiche
rivalità tribali”, scoppi atavici della violenza irrazionale
che ha sempre caratterizzato l’Africa.
Osservazioni non dissimili provengono anche da altri autori.
Il sociologo camerunese Jean-Marc Ela (1998), ad esempio,
nota come in Occidente l’Africa sia ormai colta all’interno
di un paradigma generale – quello del “fallimento dello sviluppo”
– che si alimenta anche della potente idea di una “resistenza”
delle società africane alla modernizzazione. Pertanto, se le cose
vanno male, questo è da attribuire a non meglio identificati “ostacoli
culturali”, che affondano le loro radici in un sostanziale rifiuto
della civilizzazione e nell’irrazionalità delle credenze
tradizionali.
L’economista Serge Latouche (s.d.), a sua volta,
mette in rilievo come molti esperti occidentali, utilizzando come base
di analisi il presupposto dell’irrazionalità dei sistemi
economici non occidentali, arrivino a proporre misure deleterie per le
economie locali, proponendo rovinose forme di razionalizzazione del settore
informale, di cui non riescono a comprendere il funzionamento.
Lo stesso meccanismo è denunciato da Achille Mbembe (1991),
il quale rileva come tutto ciò che non viene compreso dall’analista
economico occidentale viene derubricato sotto la voce “irrazionalità
africana”, il che lo spinge a cogliere con occhio persino benevolo
e comprensivo fenomeni come la corruzione o il clientelismo.
Su un altro fronte, Mathieu Thévenin
(2002) sottolinea quanto influiscano
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"Les petits voyages de
Paris-Plaisirs" (Paris Plaisir, Feb. 1930): rappresentazione
di un harem francese con un servitore eunuco nero.
Fonte: Jan Nederveen Pieterse, "White on Black: Images of
Africa and Blacks in Western Popular Culture", New Haven, Yale
UP, 1992
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negativamente le rappresentazioni sull’irrazionalità
degli africani nel campo della lotta all’AIDS. Molti epidemiologi
occidentali, in effetti, non riuscendo a trovare il bandolo della complessa
dinamica sociale che ruota intorno ai comportamenti nei confronti delle
malattie trasmissibili, arrivano a presupporre una “inattitudine
culturale alla prevenzione” che renderebbe inapplicabili le usuali
strategie di contenimento dell’epidemia.
Tribalismo, irrazionalità e assenza di autocontrollo emergono anche
nelle descrizioni apparentemente più neutrali dell’Africa.
Si domanda, in proposito, Melissa Wall, docente di giornalismo
di una università californiana, perché il Washington Post
descrive la folla festante che accoglie il presidente Clinton in Sud-Africa,
nel corso del suo viaggio del 1998, come una «massa di umanità
brulicante, gracchiante e zuppa di sudore» o perché il Newsweek
parla della guerra civile in Ruanda come di «un’orgia di massacro
tribale». La risposta, secondo la Wall, è che queste descrizioni
sono più facili e immediate, ponendosi in sintonia con l’idea
ancora condivisa dell’irrazionalità africana, tanto cara
ai teorici del colonialismo.
Questi pochi esempi sembrano suggerire che, se il
Mito del Nord, nelle sue forme più esplicite, non viene più
proposto, le opposizioni binarie che ha generato sono ancora pienamente
in azione. Le categorie dell’irrazionalità, dell’incapacità
di produrre una civiltà, dell’assenza di autogoverno continuano
infatti a riproporsi come buone scorciatoie per coprire i buchi della
conoscenza, magari bagnate da formule più politically correct,
come quelle di “ostacolo culturale”, di “resistenza
sociale” o di “conflitto tribale”. La sostanza, tuttavia,
non cambia: ancora oggi, per molti occidentali, il Sud costituisce il
punto di concentrazione di valori negativi. Il Mito del Nord, insomma,
pare che abbia ancora molti inconsapevoli adepti, e sradicarlo dalle nostre
visioni della realtà non sarà certo facile.
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IL MITO DEL SUD
Il “Mito del Nord” tende a dipingere
i popoli del Sud del pianeta come pigri e indolenti. Ci sono
state epoche, però, nel corso delle quali alcuni di questi popoli
guardavano con altrettanta orgogliosa sufficienza (e, certamente, con
pregiudizio) a chi abitava in climi più freddi.
Ad esempio, qui di seguito, si riporta sinteticamente quanto
si afferma in un libro sulla classificazione delle nazioni scritto nel
1068 da Said Ibn Ahmad, cadì della città
di Toledo, e in un libro scritto nel X secolo
dal geografo musulmano Masu'udi. È una curiosità
che vale la pena riportare, se non altro per mostrare l’enorme capacità
del pensiero umano di produrre – nei rapporti interculturali –
interpretazioni molto diverse fra loro, a partire dai medesimi elementi
fattuali di base.
Gli altri popoli di questo gruppo
del genere umano, quelli che non hanno coltivato le scienze, sono più
simili a bestie che a uomini. Per quanto riguarda quelli che vivono nell'estremo
settentrione, tra l'ultimo dei sette climi e i limiti del mondo abitato,
la eccessiva distanza del sole dallo zenit rende l'aria fredda e il cielo
denso di nubi, sicché essi hanno animo insensibile, indole rozza, ventre
pingue, colorito pallido, chioma lunga e snervata.
Non possiedono quindi né acume né lucido intelletto e sono preda dell’ignoranza,
dell’apatia, della mancanza di discernimento e della stupidità. (…) Le
loro credenze religiose mancano di saldezza, e ciò a causa della natura
del freddo e della mancanza di calore. Quanto più a nord si trovano, tanto
più stupidi, rozzi ed incivili diventano. Questi loro attributi si accentuano
man mano che si procede verso il settentrione.
I materiali utilizzati nel testo sono tratti
dal volume “…Non seppellitemi in una terra di schiavi”, curato da Operazione
Sviluppo nel 1997, nel quadro di un progetto realizzato con il sostegno
dei programmi contro il razzismo, la xenofobia e l’antisemitismo della Commissione
Europea |