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Editoriale

Un’impresa possibile


di Honoré Yao Assouman



Società africane nasce dalla convinzione che all’origine della crisi africana risiedano
Foto d'epoca intitolata "Bakuba Dancers", ma che in realtà rappresenta una giovane colona belga tra due capi tribù, Ex Congo-Belga.
Fonte: Jan Vansina, University of Wisconsin-Madison Libraries, Africa Focus, 1929-32
fattori reversibili – legati all’azione di specifici soggetti umani – e, nel contempo, che esistano, e siano da valorizzare e sostenere, gli attori in grado di operare un cambiamento di rotta in direzione dello sviluppo. Il modo in cui l’Africa (specialmente la parte subsahariana) viene rappresentata dall’esterno, e autorappresentata dagli africani stessi, fa parte integrante di tale fenomenologia.

Si tratta di una fenomenologia spesso costituita da stereotipi che, come si va scoprendo, non sono prodotti e diffusi semplicemente dai mass media. Essi hanno infatti un profondo radicamento nelle culture popolari del Nord del pianeta, sia sul versante della loro sistematicità e, in qualche modo, della loro coerenza, sia sul versante diacronico. L’immagine negativa dell’Africa, in effetti, viene da lontano, poiché appare intrinsecamente legata, dapprima alle dinamiche della conquista e della dominazione coloniale e, successivamente, a quelle delle varie forme di imperialismo e sfruttamento esistenti.

Non che all’Africa sia negata una qualche presenza nell’immaginario globale, anzi… Ma, a patto che “stia al suo posto”, che si accontenti cioè di apparire, nel peggiore dei casi come luogo di catastrofi e di violenze inesplicabili e, bene che vada, come paradiso naturale esotico e incontaminato, oppure come fonte da cui periodicamente si può attingere – con cautela – per riscoprire pulsioni ed emozioni dimenticate o trascurate (il senso comunitario, l’ospitalità, la corporeità, il ritmo…). Tutto ciò, occultando altri elementi, che pure potrebbero essere colti da un osservatore, se non benevolo, almeno attento: la realtà urbana, le classi medie, la ricerca scientifica e tecnologica, i processi di democratizzazione in atto, la vita culturale e spirituale e così via.

Sono pregiudizi duri a morire, nati dall’accumularsi nei secoli passati di narrazioni provenienti dalle fonti più disparate, cristallizzati nella memoria collettiva al punto da far parte del senso comune. Senso comune che non solo influisce sulla percezione di qualsiasi evento riguardante l’Africa – considerata spesso come un tutto unico e indistinto – ma che orienta anche l’azione di professionisti dell’informazione, di funzionari e operatori della cooperazione internazionale, di imprenditori e businessmen, di religiosi, di educatori, di studiosi e di ricercatori, con effetti importanti, per lo più negativi, sullo sviluppo dell’intero continente.

È possibile cambiare rotta, cioè produrre mutamenti sostanziali di questa immagine
Una riunione del consiglio di amministrazione di una azienda ugandese.
Fonte: Media for development international, Photoshare,1990
distorta e creare basi cognitive più adeguate al confronto con le vicende e con le possibilità dell’Africa contemporanea?

Si tratta di un interrogativo cruciale, al quale, in ogni caso, ci sentiamo di rispondere in modo affermativo. A patto di comprendere che fornire un’immagine più completa – nel bene e nel male – del continente africano è una vera e propria “impresa”, che richiede una “vision”, strategie e risorse specifiche.

Se si considera la complessità e la stratificazione dell’immagine negativa dell’Africa, occorre senza dubbio il coinvolgimento di molteplici attori operanti in diversi campi: dall’informazione alla cooperazione, dall’economia alla cultura, alla scienza, all’educazione, alla religione. Sarebbe veramente importante che questi attori assumessero una maggiore consapevolezza critica dei propri assunti e dei propri pregiudizi sulla realtà africana, una più profonda valutazione del proprio operato quotidiano, un’attitudine a condividere sensibilità, risorse, ricerche, scoperte, informazioni, esperienze.

È evidente che occorre agire a più livelli, da quello delle macro-politiche delle relazioni internazionali, fino al livello micro – ma non meno importante per i suoi potenziali effetti cumulativi a largo raggio – dell’azione quotidiana di tanti soggetti diversi. Per quanto riguarda Società africane, continueremo a operare per decostruire gli stereotipi esistenti, per fornire una rappresentazione, si spera, più adeguata dell’Africa e dei suoi attori-chiave, e per far sapere che cosa già si sta facendo in questo senso.


 


Questo quarto numero della rivista è dedicato al tema dell’immagine dell’Africa, nelle sue diverse manifestazioni.

Nel suo editoriale, il direttore Honoré Yao Assouman si sofferma sui pregiudizi, stratificatisi nel corso del tempo, che il mondo occidentale ha prodotto e diffuso sui popoli africani, e che sono tra i fattori principali della crisi di questo continente e del suo scarso peso sulla scena internazionale. Invertire la rotta, sostiene Assouman, è una vera e propria impresa, che richiede la mobilitazione di risorse intellettuali e materiali consistenti.

Il dossier sull’immagine dell’Africa, curato dal sociologo Daniele Mezzana, illustra una serie di studi e ricerche su quella che viene definita l’immagine “cancerogena” del continente, mettendo in rilievo le cause che ne sono alla base, i meccanismi di produzione e di diffusione degli stereotipi correnti, gli attori che giocano (o possono giocare) un ruolo negativo o positivo in questo campo, le ipotesi di soluzione esistenti.

Il contributo di Olu Oguibe, artista e studioso nigeriano di arte africana, verte, dal canto suo, sulla “esoticizzazione” con cui il mondo occidentale definisce ed esorcizza l’Africa e la sua arte, nonché sulle forme di “colonizzazione” di concetti fondamentali come quelli di tempo, di storia, di modernità e di post-modernità.

A seguire, il saggio del sociologo olandese Jan Nederveen Pieterse analizza la presenza della realtà africana nella cultura popolare europea a cavallo tra il XIX e il XX secolo, mettendo in evidenza, sulla base di una vasta gamma di fonti, la nascita e il consolidamento di una peculiare visione colonialista dei popoli africani.

La giornalista del Lesotho Monica Mofammere interviene poi sulle varie forme di sudditanza, materiale e soprattutto culturale, dei media africani rispetto alle centrali informative dei paesi ex coloniali, sottolineando gli stereotipi sul continente che vengono prodotti, o comunque accettati e diffusi, dagli stessi operatori africani dell’informazione.

Nell'articolo del sociologo Greg Philo, vengono presentate alcune ricerche del Glasgow Media Group, che mettono in luce, tra l’altro, la scarsa e qualitativamente bassa copertura mediatica dei paesi in via di sviluppo in generale e dell’Africa in particolare, legata anche a una sorta di ”profezia che si autoadempie” da parte dei detentori dei media internazionali circa le presunte attese dell’audience.

Il ruolo delle Nazioni Unite per promuovere un’immagine più completa dell’Africa è al centro dell’intervista realizzata a Yvette Stevens, direttore di OSCAL, che a tale riguardo si sofferma sulle strategie e sui programmi in atto o previsti, sulle rappresentazioni e sugli stereotipi da cambiare, sugli attori da coinvolgere.

Edouard Nanema Kouka, sindaco della città di Yako (Burkina Faso), presenta alcuni fenomeni emergenti della realtà burkinabé e africana in generale – quali il processo di democratizzazione e la diffusione delle nuove tecnologie – e che possono contribuire a modificare in maniera sostanziale l’immagine dell’Africa.

Un altro aspetto controverso dell’immagine dell’Africa sulla scena globale è quello religioso, sul quale Società africane ha avviato un'apposita pista di riflessione. Chidi Denis Isizoh, dal suo osservatorio di funzionario vaticano per il dialogo interreligioso, identifica alcuni elementi salienti delle religioni tradizionali africane, mettendone in rilievo l’attualità e la ricchezza.

Il contributo – certamente profondo quanto tagliente – dell’antropologo culturale Jean-Loup Amselle si concentra sul ruolo importante, anche se ambivalente, dell’Africa nella cultura occidentale, là dove il continente viene visto, sia come “entità degenerata”, sia come fonte di una rigenerazione immaginata secondo stereotipi “primitivistici” e fuorvianti.

Alla base di tutti gli stereotipi sull’Africa, secondo il sociologo Luciano d’Andrea, vi è un vero e proprio “Mito del Nord”, consolidatosi nel tempo, che istituisce sul piano cognitivo la presunta superiorità della cultura occidentale rispetto alle altre, con particolare riguardo – non c’è bisogno di dirlo – a quelle dei popoli africani.

Completano il numero la consueta rubrica dedicata al mondo di Internet, che illustra alcuni siti dedicati proprio all’immagine dell’Africa e al suo studio e la rubrica sul mondo del lavoro, che segnala le opportunità di impiego in e per l’Africa.

Da questo numero conclude la sua collaborazione con la rivista Tana Worku Anglana, che ringraziamo per l’apporto fornito e che, ne siamo certi, porterà con sé nelle sue nuove attività le competenze qui acquisite e il ricordo di un’esperienza appassionante.