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Autorità locali

Comunicazione, democrazia e società civile

La dialettica realtà-immagine in Burkina Faso. Il processo di democratizzazione in corso, la crescita di peso della società civile, la diffusione delle nuove tecnologie e l’importanza di eventi culturali come il festival panafricano del cinema (FESPACO). Un’intervista al sindaco della città di Yako, Edouard Kouka Nanema.

a cura di Honoré Yao Assouman

 

Questo testo sarà pubblicato in un volume che uscirà nella
primavera del 2005. Per informazioni, scrivere a:
daniele.mezzana@cerfe.org



EDOUARD KOUKA NANEMA

Edouard Kouka Nanema è sindaco della città di Yako nella Regione del Passoré in Burkina Faso, dove è nato nel 1946. Ha occupato diverse alte cariche nella Pubblica Amministrazione e in alcune ONG in Burkina Faso; è stato capo dell’Ufficio Studi del Ministero dell’Interno e della Sicurezza, poi direttore per gli Affari Sociali del Ministero della Sanità Pubblica, segretario generale del Dipartimento di Hauts Bassins, presidente della Delegazione Speciale del Comune di Bobo Dioulasso. In seguito, è stato Prefetto del Dipartimento del Centre Nord Kaya e del Dipartimento del Centre Ouagadougou, direttore degli Affari politici – Ministero dell’Interno e, infine, presidente dei Fonds d’Indemnisation Financière des Personnes Réhabilités al Ministero della Funzione Pubblica. Nanema si è occupato di questioni sociali come direttore del National World Relief, una ONG statunitense.


UN FRAINTENDIMENTO CRUCIALE


Credo che uno degli stereotipi più radicati sull’Africa – anche presso il pubblico colto – è che si tratti di un continente “essenzialmente” rurale. Nonostante le numerose evidenze – storiche, demografiche e sociologiche – mostrino, ormai, quanto la realtà urbana sia parte integrante, non solo dell’attualità, ma della tradizione africana stessa, tuttavia lo stereotipo mantiene una sua certa diffusione. Ciò è dovuto anche ad alcuni fraintendimenti, di cui a volte noi stessi africani siamo inconsapevolmente veicoli di trasmissione, specie nei contatti interculturali. In effetti, è abbastanza frequente che, ad esempio, un ivoriano residente all’estero (quale io sono), quando si trova a parlare della propria città di origine, lo faccia usando il termine “villaggio”, anche se, come nel mio caso, la città in questione è Toumodi e conta 30.000 abitanti, ha un proprio municipio, uffici amministrativi, servizi postali, educativi, sanitari, commerciali, ecc. Per di più, non è raro che con un termine del genere si indichi addirittura quella che, in effetti, è una grande città.
Lo storico Sékéné Mody Cissoko ha mostrato che nella maggior parte delle lingue dell’Africa occidentale – tranne quelle Soninke e Yoruba – non esiste un vocabolo a sé per la città, rispetto a quello che indica il villaggio; la città spesso viene chiamata, proprio “grande villaggio”. Inoltre, presso molti popoli la realtà urbana viene, sì, senz’altro percepita, ma come sviluppo o crescita di un villaggio. Tutto ciò, nei rapporti interculturali, può facilmente condurre a un fraintendimento e a un occultamento – certamente involontario, ma effettivo – della realtà urbana. La parola “villaggio”, per me ivoriano, è carica di numerose connotazioni: sta ad indicare la mia origine, il luogo di elaborazione delle visioni del mondo, il punto di incontro fra la tradizione e la modernità, insomma, un elemento di riferimento profondo e vitale. Solo che, anche quando tali significati sono esperiti da un individuo proveniente da grandi metropoli come Roma o come Abidjan (che ha 3.000.000 di abitanti), scatta facilmente un meccanismo linguistico-culturale che – agli occhi di un osservatore esterno – fa, per così dire, ricollocare tout-court tali significati in una realtà rurale. Capire, distinguere e far conoscere i fenomeni, anche in questo caso, non può che essere un bene per l’immagine dell’Africa.

Honoré Yao Assouman