home
Staff
Forum
Links
Partners
Iniziative



Religioni tradizionali africane

Uno stereotipo di meno

Un alto funzionario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, interviene nella discussione avviata da questa rivista sulle religioni tradizionali africane, a volte impropriamente definite “animiste”. Ne mette in luce il valore sul piano etico e alcuni tratti che le contraddistinguono, insieme alle sfide poste dal confronto con la modernità.


di Chidi Dennis Isizoh


Questo testo sarà pubblicato in un volume che uscirà nella
primavera del 2005. Per informazioni, scrivere a:
daniele.mezzana@cerfe.org

 



CAMBIAMENTI NELLO STUDIO DELLA DIMENSIONE RELIGIOSA AFRICANA

Nel “nucleo duro del sistema di stereotipi esistenti sulle società africane vi è senz’altro la sottorappresentazione della loro dimensione religiosa. Tutto cominciò, secondo Bolaji Idowu, con i primi viaggiatori ed esploratori, che contribuirono fortemente a disseminare visioni erronee e impressioni negative sugli africani e sulla loro cultura religiosa tradizionale. Christopher Ejizu sottolinea che i materiali religiosi indigeni venivano considerati “esotici e curiosi”, e aggiunge: «Costoro non avevano riscontrato l’esistenza di templi religiosi, chiese o moschee. Ciò in particolare aveva fatto sorgere seri dubbi nelle loro menti se gli indigeni africani avessero una religione o no».
In ogni caso, sostiene Ejizu, lo studio delle religioni tradizionali africane (questo autore preferisce comunque riferirsi a una sola espressione religiosa, con diverse “varianti”) è andato avanti, bene o male, dapprima grazie all’impegno personale di missionari, soldati e amministratori europei, poi in virtù delle ricerche degli istituti africanisti sponsorizzati dai governi coloniali.
Come ci ha aiutato a capire Basil Davidson, in questo periodo si sono prodotti clamorosi abbagli, dovuti ad approcci evoluzionistici (le religioni tradizionali africane viste come stadio “primitivo” della religiosità umana) e monodisciplinari (come quelli legati all’uso dell’etnografia, che tende a racchiudere l’esperienza religiosa africana in una dimensione statica e atemporale).
Anche grazie a ciò, afferma Ejizu, «per molto tempo gli autori che si riferivano agli elementi religiosi africani hanno usato certi termini con connotazioni negative e degradanti; parole etnocentriche come primitivo, selvaggio, nativo e tribù. Altre espressioni sono paganesimo, idolatria, animismo, feticismo e totemismo. L’uso di queste espressioni, specialmente da parte degli antropologi e degli evoluzionisti occidentali, fa parte del background del pregiudizio e della discriminazione razziale profondi nei confronti degli africani».
Un cambiamento significativo, sempre secondo Ejizu, si è verificato, negli anni precedenti l’indipendenza, con la discesa in campo di numerosi scrittori e studiosi africani (religiosi e laici) come Danquah, Mulago, Kagame, seguiti da Mbiti, Arinze, Ezeanya, Idowu, Ilogu e altri, che hanno contribuito a uno studio più approfondito delle religioni africane e soprattutto hanno sottolineato il loro alto valore etico e comunitario. Attualmente, sono numerosi i centri di studio su questa materia, ed è senz’altro disponibile una messe di ricerche di alto livello, non solo sulle caratteristiche teologiche, filosofiche e morali di tali religioni, ma anche sulla loro capacità di rispondere, in maniera dinamica e flessibile, alle esigenze degli uomini e delle società africane di ieri e di oggi, con profonde implicazioni per la vita sociale, economica e politica: è per molti sorprendente, ad esempio, la forte diffusione della spiritualità tradizionale presso le élite e i ceti medi urbani dei paesi africani (cfr. i numeri 2 e 3 di Società africane).
Gli stereotipi sulla spiritualità africana, comunque, sono ancora molto diffusi presso la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale e probabilmente anche in larghe fasce di decisori al livello internazionale. Le religioni tradizionali fanno parte della modernità (anzi, della post-modernità) africana, ma è ancora lungo il cammino per un pieno riconoscimento di questo dato di fatto.

D. M.

Riferimenti bibliografici