Editoriale

Quando il pregiudizio soffoca la realtà


di Alfonso Alfonsi



La spinosa questione della modernità di gran parte delle società dell'Africa
"Tumezalina tumbo moja usione rangi mbali mbali", 1998, acrilico e flatting su compensato, cm. 61x61; Georges Lilanga (Masasi, Tanzania - 1934)
Fonte: Spazia - Galleria d'Arte
Subsahariana presenta molti aspetti controversi e un numero pressoché illimitato di problemi interpretativi che a oggi tendono a rimanere per lo più irrisolti, soprattutto perché si confondono con i problemi stessi dello sviluppo o del sottosviluppo nel pianeta. Va detto subito che non è questa la sede per fare una rassegna o un esame esaustivo del "discorso" sulla modernità africana, segnalando le posizioni presenti ai diversi livelli dell'opinione pubblica interessata, ai quali – e questo è bene sottolinearlo – il tema arriva e nei quali viene trattato con un non indifferente grado di emotività. La grande portata della posta in gioco - e vedremo subito perché grande - fa sì che questa emotività sia mediamente elevata, non solo tra gli africani residenti nei rispettivi paesi, ma anche e forse principalmente tra coloro che vivono in altre aree geografiche e che guardano all'Africa con un forte e differentemente motivato interesse. Compresi gli africani della diaspora. Pure questa rivista vuole fare i conti con la propria emotività, o meglio con l'emotività dei propri redattori, collaboratori e sostenitori. Società Africane è psicologicamente fondata su un legittimo "stato d'ira", indotto dallo scempio che viene fatto dalle culture dei paesi occidentali, sia nei mass media, sia nel contesto del linguaggio comune, dell'immagine dei paesi dell'Africa Subsahariana. Al centro di quello che a noi sembra un misfatto c'è l'idea ben radicata che l'Africa nera sia un'area premoderna, ipertradizionale, rurale, assistita, nel migliore dei casi, e disgraziata nella sua ingovernabilità e nella sua incapacità di gestire i pericoli e i rischi ambientali, economici e sociali. Questa immagine è alla base di clamorosi errori nelle politiche di cooperazione, inficia le relazioni internazionali e condanna un intero continente a un ingiusto isolamento. Ci sono certamente altre cose delle quali ci si deve indignare e ci si indigna, forse anche di più; ma questa dell’immagine ha un elemento di perversità perché è una operazione per cosi dire gratuita, non “necessaria” cioè, che aggiunge sofferenza a sofferenza e soprattutto produce danni facilmente evitabili con un minimo di buona volontà e di attenzione.

Un effetto particolarmente deleterio di tutto ciò è rappresentato dal deficit di risorse umane qualificate, che rende difficile il processo di formazione delle classi dirigenti africane. La fuga dall'Africa, infatti, è legata anche alla progressiva perdita di "valore attrattivo" delle patrie africane di fronte ai loro figli più dotati di capitale cognitivo. Un'inversione di tendenza è auspicabile, e insieme probabile, in connessione con le politiche istituzionali e le scelte personali relative al ritorno degli emigrati qualificati, nelle sue molteplici interpretazioni, compresa quella che sbocca nella "diaspora option". Ma al centro di questo complesso sistema di significati c'è la necessità di sciogliere un nodo: quello della modernità africana e quindi di una interpretazione di società che oggi vengono di fatto escluse, non solo cognitivamente dal mondo contemporaneo, al quale non avrebbero dato nulla e con il quale non hanno, o meglio non avrebbero, niente in comune.

Dipartimento di Sistemi d'Informazione, Facoltà di Scienze Economiche e Management, University of the Western Cape, Sud Africa
Fonte: University of the Western Cape
(
www.uwc.ac.za)

Eppure… Eppure, molte vicende politiche e sociali e moltissime biografie individuali e altrettante storie familiari, sono state anche in età precoloniale, e sono oggi indiscutibilmente di tipo moderno. Per il passato basta ricordare lo sviluppo urbano di cui parlano storici come Ki-Zerbo e Cissoko, la promozione di scuole, di università e di centri di ricerca, la vasta mano d'opera impiegata per la costruzione di opere pubbliche, i servizi di interesse pubblico (ferrovie, acquedotti, trasporti, porti, ospedali), l'attività industriale non solo nel settore minerario, il commercio, l'innovazione tecnologica soprattutto nell'ambito dell'artigianato, il formarsi di una classe di tecnici, impiegati e intellettuali, l'azione di sindacati, associazioni e gruppi religiosi, la presenza di comunità di immigrati delle classi medie o dalla borghesia provenienti da paesi Arabi o da altri come l'India, il Libano, la Cina. Nel bene e nel male, certamente. Per alcuni studiosi, ad esempio, lo stesso diffondersi del sistema delle etnie è più il frutto di una politica coloniale tesa al dominio di intere popolazioni che della forza della tradizione. E che dire delle terribili esperienze dei conflitti armati degli ultimi decenni, con il loro seguito di invasioni, esodi di massa, campi profughi, sete, fame e malattie? Pure questa, purtroppo, è modernità, ma non solo. La straordinaria vicenda della decolonizzazione o meglio della liberazione africana negli anni cinquanta e sessanta è un contesto positivo per la storia della moderna democrazia in generale e non solo per l'Africa. Si è trattato di un processo che ha trovato il suo compimento negli eventi, per così dire, atipici del Sudafrica e che ha dato un contributo ineliminabile per la soluzione di un insieme di problemi comuni a tutto il pianeta, che vanno dalla costruzione democratica di una società multietnica e pluralista all'impresa economica e sociale di conquistare livelli di autonomia e di benessere accettabili, partendo da posizioni di indubbio "ritardo". È tuttavia nel presente che si gioca il destino sociale dei gruppi umani. Per molti paesi africani questo presente offre aspetti di notevole ambiguità, che si coagulano attorno al nodo della modernità, in quanto hanno a che vedere con le grandi strategie dello sviluppo.

Picnic in famiglia, Kenia
Fonte: Sammy Ndwiga, Photoshare

Il fatto che la modernità sia stata per duecento anni oggetto di riflessione filosofica e scientifica da parte degli intellettuali europei non significa che essa sia solo europea o occidentale. E poi non significa che la modernità sia un concetto univoco e soprattutto un processo monoforme o addirittura un progetto politico. Questa problematizzazione è funzionale a chiarire l'equivoco di una modernità che è spesso considerata un prodotto d'esportazione dell'occidente e, per contro, un prodotto d'importazione per ogni altra area umana del mondo. Gli effetti culturali e politici di questo equivoco sono noti: un’egemonia, invano posta in discussione, dei paesi occidentali e dei loro epigoni sul processo di costruzione del mondo d'oggi e di domani; una falsificazione della realtà di molti paesi, ritenuti estranei – ancora da "ammettere" – rispetto alle responsabilità solidali di governare il pianeta e quindi isolati e declassificati.

In conclusione, quale definizione dare di modernità? Forse non è possibile formulare una precisa determinazione concettuale, perché tra il concetto di modernità e i processi concreti che coinvolgono aree sociali di grande vastità c'è uno scarto ineliminabile.

Inoltre, il concetto di modernità ha troppe variazioni e versioni (a seconda di variabili come i tempi, i regimi, le culture), per essere trattato in un editoriale. Ci limiteremo perciò a formulare soltanto alcune suggestioni, utili forse più ad aprire una riflessione, che a concluderla.

In primo luogo ci sembra di poter affermare che i diversi concetti e le differenti definizioni di modernità sembrano, comunque, fare riferimento ad alcune coordinate stabili e ricorrenti come la conoscenza, la tecnologia, i diritti, l’individuo, la politica, la stratificazione sociale, la razionalizzazione della vita sociale ed economica e delle istituzioni statuali.

È anche per questo che nessun gruppo umano sembra potersi sottrarre alla sfida della modernità e non ci sono popoli storici che non abbiano comunque già forti tratti di modernità o che li stiano acquisendo.

Tifosi in una partita di calcio nello stadio di Kinshasa, Kinshasa, Congo
Source: Ellington John, African Studies Program

Potrebbe essere poi utile distinguere tra il concetto di modernità, inteso come insieme di tratti caratteristici riscontrabili nelle più diverse società e culture, da quello di modernizzazione, inteso come processo per cui si accede alla modernità. Tale processo può essere prevalentemente esogeno, con forti tratti di acculturazione e deculturazione; oppure, come suggerisce Shmwel Eisenstadt, agganciarsi a dinamiche endogene e operare sintesi originali con i materiali della tradizione. Solo in questo ultimo caso la modernità avrebbe davvero la possibilità di radicarsi.


Potrebbe essere allora possibile parlare di varie “ondate” della modernità in Africa, che si sono diffuse con modalità e tempi differenti per le diverse regioni africane, trovando di volta in volta specifici gruppi sociali che ne sono stati i portatori.

Per contro, si potrebbero considerare le ondate di modernizzazione esogena, che a nostro avviso sono connesse ad almeno tre grandi strategie politiche, quali il colonialismo, la decolonizzazione, la globalizzazione; e che hanno avuto effetti spesso deculturanti e in qualche modo devastanti.


Concludendo, non possiamo fare a meno di sollevare un ultimo punto. Il discorso sulla modernità in Africa è reso ancora più difficile dal fatto che oggi la stessa modernità europea e occidentale è in grave crisi, tanto da indurre molti autori a parlare di post modernità, facendo riferimento a una realtà sociale e culturale caratterizzata da fenomeni quali la frammentazione sociale, il nomadismo identitario, il minimalismo.

È questo, a nostro avviso, il quadro problematico nel quale condurre una riflessione sulla modernità africana e, soprattutto, sulle diverse vie alla modernità dei singoli paesi africani.

 


Questo terzo numero della rivista, incentrato sul tema della
modernità africana, intende dare visibilità soprattutto ai fenomeni che, oggi come ieri, ne sono il simbolo. La trattazione di un argomento tanto vasto ha comportato l'approfondimento di alcuni temi complementari, come quello delle società africane (luogo di produzione di molti fenomeni moderni) e quello dell'immagine (tra le principali cause del ritardo nella valutazione dell'Africa come un continente moderno).

Nel suo editoriale Alfonso Alfonsi si muove proprio alla ricerca delle motivazioni che finora hanno favorito il diffondersi di un'immagine dell'Africa primitiva e senza tempo, e analizza il pregiudizio consolidato attorno alle rappresentazioni del continente che ha soffocato la sua moderna realtà la quale, invece, ne costituisce una caratteristica fondamentale.

Tana Worku Anglana nel suo dossier sulla modernità in Africa propone una ricognizione delle riflessioni e delle suggestioni, tratte dalla produzione teorica di studiosi di varie discipline di differenti aree geografiche, che riguardano la collocazione del continente africano nel mondo moderno e il contributo dell'Africa alla sua costruzione.

Tra gli studiosi presi in considerazione dal dossier è presente anche Olufemi Taiwo, autore del saggio "Profeti senza onore", al quale si è voluto dedicare uno spazio specifico in questa rivista per dare rilievo all'originalità delle sue argomentazioni a sostegno di una modernità africana endogena e che può vantare paternità illustri.

Anche l'insigne antropologo Harris Memel-Fotê propone di reinterpretare la storia della democrazia moderna analizzandola in una prospettiva transnazionale e si sofferma su alcune grandi figure storiche (i cosiddetti "eroi della democrazia", tra cui alcuni africani), che hanno fortemente contribuito alla costruzione del mondo moderno.

Nell'articolo di Daniele Mezzana viene affrontato il tema della necessaria riconsiderazione delle religioni tradizionali africane, alle quali va riconosciuta pari dignità rispetto alle altre fedi religiose e di cui vanno colti la dinamicità e il legame con la modernità. Con questo contributo si apre la parte dedicata ai fenomeni di modernità presenti nella storia e nell'attualità del continente.

L'intervista a cura di Ilaria Carnevali (UNIFEM) ad Amolo Ng'weno rappresenta la testimonianza del lavoro di un'imprenditrice Keniota impegnata nel campo della diffusione delle ICT nel continente africano, sottolineando l'importanza della prospettiva di genere nella soluzione del problema del digital divide.

La forza della società civile in Africa è il tema del Rapporto - gentilmente concesso dall'Ufficio Speciale delle Nazioni Unite per l'Africa e i paesi meno sviluppati (OSCAL) - che punta l'attenzione sul ruolo attivo delle società civili nel processo di crescita dei moderni paesi africani.

Alain Dominique Zoubga è l'autore del saggio riguardante la situazione sanitaria in Burkina Faso, in cui si mette in evidenza l'attualità del tema della qualità dei servizi sanitari, in un contesto in cui si tende a privilegiare, di solito, il tema delle emergenze.

Sulla scorta di questi fenomeni indicatori di modernità, diventa necessario riconsiderare in maniera critica l'approccio diffuso nei confronti dei paesi africani, quello che in letteratura viene definito "afropessimismo". È questo il tema dell'articolo di Attilio Massimo Iannucci, che sottolinea il potere distruttivo di un'errata considerazione della realtà africana.

In questo numero pubblichiamo, inoltre, la seconda parte del saggio di Maliq Simone sulla dimensione urbana nei paesi africani.

Sempre su questo tema, Sékéné Mody Cissoko propone un viaggio nella tradizione urbana africana, dimostrando l'importanza che lo sviluppo delle città ha avuto nella storia del continente e quanto le radici di questo fenomeno moderno facciano parte del suo patrimonio culturale.

Completano questo terzo numero della rivista la consueta rubrica dedicata al mondo di Internet, che esplora il fenomeno delle religioni tradizionali on line, e la rubrica dedicata al mondo del lavoro, che segnala le nuove opportunità di impiego in e per l'Africa.